Il progetto nasce da un’osservazione interpretata dai bimbi
in un recente laboratorio sulla tematica della diversità: come
ogni neonato, entrambi sono stati scaraventati in una realtà
esterna sconosciuta e paurosa, ed entrambi sono segnati dal
marchio della diversità - Calimero è nero, invece di essere
teneramente giallo; il Brutto Anatroccolo ha un corpicino
sgraziato e una grossa testa, a ricordargli di non appartenere
di diritto all'orgogliosa nidiata di Mamma Anatra. Sofferenze e
frustrazioni segneranno infatti il percorso del Brutto
Anatroccolo, che solo lentamente e con fatica raggiungerà infine
un'identità adulta e lo statuto di Cigno. Per Calimero, invece,
il destino ha in serbo il sollecito intervento dell'Olandesina:
una rapida immersione nella tinozza (sostituita nei caroselli
dei primi anni '70 dall'ancora più miracolosa lavatrice), e -
oplà - l'identità di pulcino normale e pulito viene magicamente
acquisita, senza fatica.
L'illusione è dunque quella di un mondo che può essere
bonificato da un getto d'acqua e un po' di detersivo: un mondo
dove non c'è sofferenza, ma neppure consapevolezza. Calimero,
infatti, non può che replicare infinitamente l'identico copione,
perché nulla ha appreso dall'esperienza, soffocata ogni volta,
sul nascere, dalla troppo precoce e salvifica soluzione imposta
dall'Olandesina. Condannato ad un girotondo insensato, il
pulcino continuamente trascorre dal nero al bianco, per
ritrovarsi ancora nero, e di nuovo bianco…non scomodiamo
metafore allusivamente razziste: semplicemente, all'epoca, i
colori televisivi non offrivano molta scelta.
Ci colpisce, piuttosto, il senso più profondo che si cela
nella trama apparentemente innocente dell'esistenza di Calimero:
l'impossibilità di progredire in una conoscenza volta alla
comprensione del mondo. L'Olandesina lava il pulcino, ma intanto
inquina la sua mente con l'imposizione tirannica di un modello
stereotipato di pulizia e bellezza, oltre il quale c’è
diversità.
-
Perché
Calimero non potrebbe essere davvero, semplicemente, nero?
·
E perché, se
anche fosse soltanto sporco, non potrebbe essergli consentito di
imparare pian piano a pulirsi da sé, impiegando tutto il tempo
necessario a scoprire quale colore meglio gli si adatta?
Ciò che è stato appreso da Calimero, quindi, è
immediatamente espulso dalla sua mente, non appena viene a
cessare il controllo tirannico dell'Olandesina: il pulcino si
ritrova così, ogni volta, costretto a ricominciare da capo,
senza consapevolezza e comprensione, che avrebbe luogo solo se a
Calimero e all'Olandesina fosse concesso scegliere di vivere in
un racconto diverso, aperto a nuovi, imprevedibili sviluppi.
Immaginiamo per un istante che cosa accadrebbe se la loro
fosse, per esempio, una storia analitica: L'Olandesina-terapeuta,
invece di intervenire scaraventando il pulcino-paziente nella
tinozza o nella lavatrice, depositarie della sua
verità e del suo sapere, potrebbe rimanergli accanto,
segnalandogli ciò che sta accadendo mentre procede al suo
fianco, accettando di accudire, dolorosamente, il dolore che,
sempre, un processo di crescita comporta. Aiutandolo, così, a
costruire un proprio autonomo "apparato per pensare i
pensieri", intepretarli, crescere e costruire sul canovaccio che
ha aiutato a comprendere. Fino a che il bambino non ha
aperto “lo sportello della lavatrice alla terapeuta”, accettando
di condividere l'esperienza con lei. Per riuscire a spiegarle,
infine: "Io sono uno straccio strizzato".
Questo è
ciò che vogliamo curare attraverso il teatro, quale cauto
strumento psicoterapeutico psicoanalitico che “costruisce”, un
laboratorio per ricompattare, magari anche solo per brevi
periodi, alcune funzioni affettive e cognitive e quindi a
“drammatizzare” le incomprensioni che possono esserci tra il
bambino e il suo ambiente.